Il bambino gender creative

Nel suo testo, la dottoressa Ehrensaft, psicologa clinica e dello sviluppo che da oltre trent’anni lavora con bambini e bambine di genere non conforme e con le loro famiglie, ci offre una panoramica estremamente ampia, variegata e mai scontata sul mondo delle identità di genere e nello specifico di quelle non conformi. Partendo dalla sua esperienza clinica, l’autrice accompagna chi legge in un viaggio che alterna momenti di sofferenza a episodi di stupore nell’apprendere come un racconto, una storia di vita, non sia mai uguale all’altra e che si può e si deve imparare proprio dai bambini e dalle bambine che esprimono una propria identità di genere.

Il modello che viene presentato è quello dell’ affermazione del genere, un approccio diventato modello internazionale ed emerso in seguito alla pubblicazione dei nuovi standard di terapia a cura della World Professional Association of Transgender Health (WPATH), del 2011. Questi ultimi affermano chiaramente come sia dannoso e contrario all’etica professionale attuare qualsiasi forma di terapia che cerchi di cambiare il genere di un soggetto.

La dottoressa Ehrensaft è stata colei che ha ideato il concetto di Bambino Gender Creative e così lo definisce: un bambino che intreccia e unisce natura, educazione e cultura in un’infinità di modi per determinare quel genere che è “me”. Quel “me” può essere un maschio, una femmina o un miscuglio di generi, e può riflettere o meno il sesso che risulta dal certificato di nascita del bambino in questione. Da queste poche righe appare già evidente come vi sia un approccio che mette al centro del discorso il bambino, inserito in un contesto che il più delle volte non costituisce un ambiente favorevole e accogliente che permetta di esprimere il proprio sè autentico.

Il modello dell’affermazione del genere parte da basi specifiche riguardanti il concetto di genere nelle sue manifestazioni:

  • Le variazioni di genere non sono malattie; non sono un fenomeno patologico.
  • Le variazioni di genere sono espressioni sane delle infinite possibilità del genere umano.
  • I modi in cui si presenta il genere sono diversi e vari nelle singole culture e richiedono sensibilità culturale a tali variazioni.
  • Il genere comporta un intreccio di natura, educazione e cultura, nessuna di queste componenti modella il genere da sola.
  • Il genere di una persona può essere binario oppure può essere fluido o multiplo.
  • Se una persona soffre di un qualsiasi tipo di problema emotivo o psichiatrico connesso al genere è molto probabile che questo dipenda dalle reazioni negative che ha riscontrato da parte del mondo esterno.
  • Se c’è una patologia di genere, non la troveremo nel bambino ma nella cultura (transfobia).

Inoltre questo modello considera il genere sano come l’opportunità data al bambino di vivere nel genere che sente reale e che lo mette più a suo agio. Solo i bambini sono gli esperti del proprio io legato al genere e noi adulti siamo solo i loro traduttori.

Quando Ehrensaft sostiene che il genere sia l’intreccio tra natura, educazione e cultura fa riferimento a tre concetti ben distinti e che riguardano ognuno di noi. La natura include cromosomi, ormoni, recettori ormonali, gonadi, caratteristiche sessuali primarie e secondarie, cervello e mente. L’educazione include le pratiche di socializzazione e le relazioni intime, e di solito è insita nella famiglia, nella scuola, nei rapporti con i pari e nelle istituzioni religiose e comunitarie. La cultura include i valori, l’etica, le leggi, le teorie e le pratiche di una particolare società. Il genere inoltre non è statico, non è un qualcosa di scolpito nella pietra, è in continuo cambiamento nella quarta dimensione di questo intreccio, il tempo.

Un aspetto molto interessante nel parlare di genere è quello di considerarlo non come qualcosa di incasellabile o a cui affidare una rigida cornice dicotomica ma come un aspetto del proprio sé in espansione, infinito nelle sue possibilità. Ecco che quindi, continuando nel viaggio di questo prezioso testo, troviamo una serie di modalità di essere nel mondo: dai bambini transgender a quelli genderfluid, dal genere minotauro ai giovani agender. Solo per citarne alcuni.

Ognuna di queste soggettività racconta una sfumatura dell’espressione identitaria che ci pone in un ottica di superamento dei binarismi (anche questi compresi come una tra le tante possibilità). Lo sforzo che siamo chiamati a fare come professionisti ma anche come famigliari di bambini e bambine che manifestano un genere non conforme è il più complesso: dovremo imparare a parlare il linguaggio dei bambini, o quanto meno tradurlo in parole che siamo in grado di capire. Cominciamo quindi con l’ascoltarli […].

Altro nodo cruciale del testo di Ehrensaft riguarda la necessità o meno di parlare di diagnosi quando ci si trova davanti a bambini e bambine che manifestano identità di genere non conforme. La WPATH con un sondaggio del 2014 ha dichiarato che i membri al suo interno si trovano divisi sulla questione. Una parte è favorevole a fare diagnosi per i seguenti motivi:

  • cattura una particolare forma di stress psichiatrico;
  • fornisce accesso ai servizi;
  • avverte i genitori di una condizione dei figli di cui farebbero bene a occuparsi;
  • permette di raccogliere dati clinici.

D’altra parte chi si oppone alla diagnosi sostiene che debba essere eliminata perché:

  • continua a presentare la non conformità di genere come un disturbo psichiatrico invece di una sana variazione nello sviluppo (come successe già per l’omosessualità);
  • i bambini che soffrono degli effetti della non conformità di genere in un mondo intollerante possono ricevere diagnosi rilevanti, come un disturbo dell’adattamento o ansia generalizzata, proprio come figli di genitori divorziati;
  • quando l’omosessualità è stata messa rimossa dai manuali psichiatrici, le persone omosessuali non hanno smesso di ricevere assistenza psichiatrica;
  • la diagnosi può avvertire i genitori del bisogno di aiuto del figlio/a ma trasformare la cosa in un problema psichiatrico può portare al tipo di aiuto sbagliato (forme di terapia riparativa);
  • le compagnie di assicurazione e i sussidi statati per la salute mentale non dovrebbero decidere cosa sia un disturbo mentale e cosa non lo sia;
  • ci sono diversi modi per raccogliere dati sui bambini di genere non conforme;
  • la patologia risiede nella cultura, non nel bambino.

In questa diatriba la posizione di Diane Ehrensaft propende alla eliminazione della diagnosi. La motivazione viene esplicitata dalla sua chiarissima e condivisibile affermazione:

La non conformità di genere non è un disturbo infantile ma una sana variazione delle possibilità del genere che possono affiorare nel corso della vita di un bambino e può avere un buon effetto se esistono i giusti supporti sociali. Le difficoltà, sempre che il bambino di genere non conforme si trovi ad affrontarne, sono di tipo psicosociale, non psichiatrico […]. La disforia di genere è una condizione sociale, non psichiatrica. Finché pene equivarrà a maschio e vagina a femmina, indurremo la disforia di genere, soprattutto fisica, nei bambini gender creative. Quando porteremo l’ordine sociale a pensare in termini di persona con un pene o di persona con una vagina, il maschietto con la vagina e la bambina con il pene non si sentiranno più come un fenomeno sociale così sconcertante. Le cose di cui dovremmo preoccuparci sono davvero l’ansia, la depressione e il disagio che circondano questo problema indotto dall’esterno e che costituiscono le prevedibili risposte psicologiche all’imposizione sociale di una rigidità di genere, riguardo tanto al corpo quanto al ruolo.

Questo libro, così ricco di racconti, spunti di riflessione e consigli andrebbe fatto leggere a chi si occupa di salute mentale, nei contesti scolastici e famigliari poiché apre ad una prospettiva quanto meno diversa rispetto a quella che a cui molte persone sono abituate. Ed è da qui che è possibile piantare il seme del cambiamento.

Dott. Davide Silvestri

Diane Ehrensaft, Il bambino gender creative, Odoya, 2019.

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